Messaggio dalla Natura.

Aggiornato il: 22 mar 2020

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0789, PIN errato.



Per la prima volta nella mia vita mi trovo a km dalla civiltà. L'unico mezzo che in qualche modo mi lega a casa, il telefono cellulare, è inutilizzabile.

Dico ad Andrea che era destino, forse, il messaggio che nella quotidianità avrei aspettato sul telefono, ora me lo sta mandando la Patagonia, mettendomi alla prova e facendomi vivere l'esperienza più pura possibile.

E' la prima notte. Siamo in Patagonia, nel cuore della Patagonia. La natura sta entrando in noi, che lo si voglia o meno.

Ci infiliamo nel sacco a pelo e ci addormentiamo.

Poco dopo, sentiamo qualcosa toccare la nostra tenda: i topi sono venuti a farci visita e come api attorno all'alveare cominciano a graffiarla e a morderla.

Ingenuamente ho lasciato una mela nel portaoggetti sopra le nostre teste e probabilmente attratti da essa si sono fatti spazio tra i teli fino ad arrivare letteralmente sopra di noi.

I nostri zaini hanno avuto lo stesso trattamento, usciamo e li appendiamo ad un ramo assieme alle provviste.

Andrea urla "Perché a noi?!". Amiamo la Natura, non meritiamo questo.

Riflettendoci però, siamo noi nel loro territorio, non loro nel nostro.

Benvenuti!

Il buio piano piano svanisce, lasciando spazio ad un'eterea luce di colore rosso tenue che va a baciare il Cerro Chaltèn alle nostre spalle.

Il contrasto con il cielo azzurro-blu intenso è incredibile.

Cammino lungo il sentiero e ogni volta che volgo il mio sguardo alla cima, un brivido attraversa il mio corpo.

Ci troviamo sul greto di un torrente quando un banco di nebbia comincia ad accarezzarci lentamente, fino ad avvolgerci. Percepiamo un abbassamento della temperatura e dal cielo comincia a scendere qualche fiocco di neve.

La catena montuosa che prima si poteva quasi toccare è nascosta tra le nubi.

Tornando all’accampamento rifletto sul privilegio che abbiamo di poter vivere tutto ciò. Fin da bambino infatti ho sempre aspettato la neve come fosse la cosa più bella che la natura potesse regalarci.


Durante le prime ore del pomeriggio, quella che sembrava una debole nevicata, acquista vigore e la foresta di faggi di fronte al nostro accampamento si intravede a malapena. Davanti a me appare un mondo cupo, tetro. Poco accogliente. Ho paura.

A far da guardiano a questo mondo vi è un albero bianco, snello e dai rami che come delle braccia sembrano chiamarmi, dandomi il benvenuto.

Con qualche timore mi dirigo verso di lui. Continua a nevicare e man mano che mi avvicino la paura svanisce: la neve, in parte, rende l’atmosfera più dolce e rassicurante.

Mi faccio strada tra decine di tronchi e rami che giacciono a terra a causa del forte vento che li ha distrutti.

Dopo un lungo peregrinare, torniamo alla tenda.




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