Ritorno alla civiltà


Le nevicate dei giorni precedenti e della notte appena trascorsa hanno steso un manto bianco sugli alberi e sul terreno circostante all’accampamento.

Sono ancora in tenda quando Andrea esce. Dall’interno riesco a sentire il rumore della neve che si schiaccia sotto i suoi passi. Esco anch’io.

E’ ancora buio quando ci vestiamo e ci dirigiamo verso il Rio del Salto.

Il buio della notte via via sta scemando e lentamente le prime luci dell’alba rivelano quello che sembra un paesaggio incantato, dolce, accogliente.

Mi sento accolto, coccolato, così come lo è il Cerro Chaltèn avvolto dalle nuvole.

Il mio essere in questo momento corrisponde all’essere della montagna.

Mi sento talmente sicuro e protetto che non do peso alle impronte del puma che regolarmente troviamo a terra, mi sento parte di tutto l’ambiente che mi circonda.

In contesti e situazioni come questa siamo obbligati a pesare con molta attenzione ogni singola mossa o banalmente ogni programma giornaliero.

Normalmente , per esempio, ritrovarsi con i guanti o la giacca bagnata, non rappresenterebbe un grosso problema; qui è diverso.

Ritrovarsi con gli indumenti bagnati significherebbe faticare ad asciugarli.

Le severe regole del parco infatti ci obbligano a non accendere il fuoco, necessario in questo caso ad asciugare il nostro vestiario.


Ci siamo ripromessi di tornare ad esplorare la zona della laguna Sucia, la stessa che non siamo riusciti a raggiungere qualche giorno fa.

Con lucidità decidiamo di partire in una giornata soleggiata, in modo da essere facilitati nell’individuazione della traccia segnata nei giorni precedenti e di vari ostacoli come ad esempio le lastre di ghiaccio nascoste nello strato superficiale del terreno.

Dopo circa 15 minuti di cammino, di nuovo, vediamo le impronte del puma.

E’ evidente siano fresche. Una serie va verso monte, mentre un’altra va verso valle.

Come successo durante la scorsa esplorazione in quest’area, Andrea mi ripete “Su le antenne!”.

Proseguiamo lentamente, voltandoci più e più volte per verificare che l’animale non ci colga alle spalle.

Arriviamo al masso che ostruisce il sentiero, quella roccia che abbiamo dovuto aggirare la volta precedente.

Seguiamo con lo sguardo le impronte del felino e notiamo che si “arrampicano” lungo un tratto quasi verticale della parete!

Noi dovremmo costeggiarla, salire lungo il tunnel naturale di piante ed arrivare in cima, laddove il puma sembra essersi diretto.


L’atmosfera è strana.

Ci prendiamo 5 minuti di tempo per decidere con lucidità se proseguire o se tornare indietro.

Proseguire per fotografare il Cerro Chaltén da una prospettiva incredibile rischiando di essere colti di sorpresa dal puma oppure rinunciare e tornare all’accampamento?

Ci guardiamo e osserviamo di nuovo le impronte lungo la parete.

A volte la voglia di esplorare ci spinge ad osare troppo, ma essere accompagnati dalla presenza del felino lungo buona parte della vallata è la vera emozione di questa giornata: l’emozione più grande mai provata.

Rifletto sul significato del rispetto per la natura, capendo che in questo momento coincide con il rispetto degli spazi dell’animale: è il suo territorio, noi siamo solo ospiti.

Le impronte, il sentiero a tratti difficoltoso da percorre e vedere, sono stati dei segnali che la natura ci ha mandato per giungere alla decisione di rinunciare. Essa ci ha parlato, lo ha fatto a modo suo e solo chi la ama e la rispetta può avere la capacità di capirla.

Questi momenti sono indimenticabili, mi sento in completa sintonia con ciò che mi circonda: non sono superiore al puma e il puma non è superiore a me. Ci rispettiamo reciprocamente, e se c’è il rispetto, la pacifica convivenza è automatica! Perché non rispettarci?



E’ matematico, col cielo sereno la temperatura si abbassa. I piacevoli zero gradi dei giorni scorsi, si trasformano in meno dieci!

Abbiamo gli scarponi umidi, decidiamo così di infilarli in dei sacchi e tenerli in tenda durante la notte per evitarne il congelamento.

Poco dopo, il nostro sonno viene accompagnato dal frastuono provocato dalla rottura dei ghiacciai e dallo zampettare dei topi sulle pareti della tenda.

Fatico ad addormentarmi, ma dopo aver dormito qualche ora, mi risveglio accorgendomi che fa più freddo del solito. Tocco con i piedi il sacco contenente gli scarponi e mi accorgo che è completamente ghiacciato!

Il giorno seguente ci aspettano 6 ore di cammino per 20km.

Riflettiamo.

Facciamo rientro in paese o affrontiamo il trekking con gli scarponi congelati?

Le scorte di cibo stanno finendo, decidiamo cosi di far rientro in paese utilizzando le ultime riserve di gas per scongelare gli scarponi in modo che siano quantomeno utilizzabili durante il trekking di rientro.

Facciamo colazione, poi, a malincuore cominciamo a smontare l’accampamento.

E’ una decisione presa con la testa più che con il cuore.

Mentre riponiamo tutta l’attrezzatura negli zaini, il pensiero va ai momenti in cui stavamo costruendo quella che sarebbe stata la nostra casa per una settimana. Una settimana intensa, ricca di emozioni che sono andate dalla felicità, alla paura.



Lasciamo la Patagonia con la consapevolezza che quella passata è stata un’avventura incredibile.

La natura ci obbliga ad essere noi stessi, e se non riuscissimo ad essere noi stessi, na nostra non sarebbe vita.






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